“The Difficult Bride” di Rubaiyat Hossain trasforma le pretese della bellezza nuziale in un viscerale body horror. Il film segue Zaineen (Zaineen Chowdhury Karim), una donna benestante di Dacca che si prepara al matrimonio e che, dopo i trattamenti di bellezza prescritti, comincia ad avere allucinazioni e subisce cambiamenti fisici sempre più inquietanti.

A prima vista, Zaineen sembra avere una vita invidiabile. Vive in un complesso residenziale recintato, ha un autista e spera di iscriversi a un corso di scrittura creativa alla NYU. Il suo fidanzato, Aarman (Dameer Khan), è bello, sostiene la sua scrittura e sembra fatto apposta per lei. Ma, con l’avvicinarsi delle nozze, cresce la pressione per soddisfare gli standard rigorosi del salone: la pelle le si riempie di sfoghi, i capelli le cadono, sulle gambe le compaiono graffi e qualcosa sembra muoversi sotto la pelle.

Il salone di bellezza del film diventa un luogo di angoscia. Zaineen viene valutata e sottoposta a un regime di scrub, peeling, creme, iniezioni e impacchi, applicati da Minoti (Reekita Nondine Shimu). Durante questi trattamenti, Zaineen vede creature come lucertole, pesci gatto, serpenti e lumache. L’ingresso del salone, simile a quello di un’impresa funebre, preannuncia il disagio che seguirà, mentre il sonoro conferisce ai movimenti delle creature una qualità particolarmente tattile.

Hossain contrappone la vita privilegiata di Zaineen alle disuguaglianze sociali che plasmano il suo ambiente. Si sposta tra il suo appartamento, un’auto con autista e il salone, perlopiù al riparo dalla città affollata. Quando persone provenienti da fuori del suo mondo protetto le si avvicinano, le percepisce come una minaccia, pur sentendosi attratta da ciò che si trova oltre i suoi confini. Il film contrappone questi spazi controllati e chiusi alla possibilità del caos e della libertà.

Questa tensione attraversa anche il rapporto tra Zaineen e Aarman. Lui sostiene le sue ambizioni e immagina il loro futuro insieme a Brooklyn, ma l’apparente perfezione della loro vita rischia di diventare un’altra forma di costrizione. Zaineen legge “La campana di vetro” di Sylvia Plath, mentre Aarman legge “The Last Mughal” di William Dalrymple: un contrasto che riflette il suo desiderio inespresso di fuggire e il suo interesse per le storie del potere.

Minoti rappresenta un contrappunto di classe lavoratrice alla ricchezza di Zaineen, e la deferenza con cui si rivolge alla cliente sottolinea lo squilibrio tra loro. Tuttavia, il personaggio appare poco sviluppato, soprattutto dopo un momento di ribellione che il film non riprende in modo sostanziale.

Hossain porta nel film elementi delle sue opere precedenti, tra cui le immagini di animali associate a “Under Construction” e i tessuti messi in primo piano in “Made in Bangladesh”. I primi piani della direttrice della fotografia portoghese Leonor Teles mettono in risalto sia gli abiti riccamente ricamati sia le immagini corporee più disturbanti del film. Il rosso cremisi ricorre come motivo visivo, mentre i costumi e la scenografia creano un mondo vivido e tattile.

Dopo la première a Venezia, “The Difficult Bride” ha proseguito il suo percorso nei festival, con la partecipazione ai concorsi di Tokyo e Londra. Il film segna una svolta internazionale per Hossain, il cui lavoro si è concentrato più volte sul genere, sulla sessualità femminile e sugli spazi che plasmano la vita delle donne.

Fonti: Variety.